Vi presento Elena

Vi presento Elena

Chi è Elena? Elena Ferrero ha appena compiuto 29 anni ed è un’aspirante imprenditrice sociale. Ho una formazione universitaria interdisciplinare, di base scientifica. Sono particolarmente interessata alla tematica della sostenibilità e all’impatto sociale. Ho negli anni approfondito molto questi campi, formandomi per conoscerli e provare a portare innovazione con il mio lavoro. In particolare, l’aspetto che mi interessa maggiormente è quello dell’economia circolare.

Cosa fai nella vita? Sono co-fondatrice di Atelier Riforma, una startup innovativa a vocazione sociale con la missione di ridurre l’impatto ambientale del settore tessile-moda attraverso l’economia circolare. Finora abbiamo perseguito questo obiettivo attraverso l’upcycling sartoriale: raccogliendo abiti usati, dando loro nuovo valore tramite la lavorazione sartoriale e rivendendoli online (creando il primo e-commerce in Italia dedicato all’upcycling). La “rete sartoriale” che abbiamo creato in questi anni include più di 25 realtà diffuse in tutta Italia: ne fanno parte sarti, modellisti, designers, artigiani vari, scuole di moda e sartorie sociali in cui lavorano persone provenienti da condizioni di fragilità. Ad oggi stiamo cambiando modello di business, puntando sulla tecnologia, in modo da applicare questo modello circolare a una più ampia scala. Stiamo infatti sviluppando (con brevetto provisional) la prima tecnologia basata sull’Intelligenza Artificiale che automatizza la catalogazione, smistamento e digitalizzazione dei rifiuti tessili, unita a una piattaforma B2B che connette gli attori del settore raccolta rifiuti tessili e quelli del settore moda circolare. La tecnologia si chiamerà Re4Circular e permetterà di indirizzare ciascun capo d’abbigliamento dismesso verso la destinazione circolare più idonea, tra riuso, riciclo o upcycling. Entro il 2025 in tutta l’UE sarà obbligatoria la raccolta differenziata dei rifiuti tessili e questa tecnologia potrebbe rendere l’Italia pioniera nella transizione circolare del settore moda. Il nostro sogno è creare un sistema in cui nessun capo d’abbigliamento, dopo il suo utilizzo, si trasformi in un rifiuto, ma al contrario venga continuamente recuperato, trasformato e reinserito nel ciclo economico, rigenerando il suo valore.

Cosa significa per te la parola moda? La parola moda è per me l’involucro esterno con cui ci presentiamo agli altri, che ovviamente non è solo un qualcosa di estetico, ma dice anche molto su chi siamo e come la pensiamo.

Da quando e da cosa è nata la tua passione per la moda e per la creatività? Il mio interesse per il settore moda è nato soprattutto quando ho scoperto che è una delle industrie con il maggior impatto ambientale. Mi sono quindi avvicinata ad essa con un atteggiamento curativo, di cambiamento, cercando di dare un punto di vista nuovo, di chi non parte da insider. La creatività e l’artigianalità invece mi interessano da sempre, perché fin da bambina ho amatoosservare le sapienti mani di chi sa lavorare e trasformare con la propria creatività materiali e tessuti.

Secondo te quali sono le nuove prospettive del futuro della moda? Il mondo della moda senz’altro si modificherà molto nei prossimi anni. Ad oggi praticamente tutte le aziende hanno compreso che il consumatore (ma soprattutto il Pianeta Terra!) richiede un modello produttivo e di consumo più sostenibile. Alcune aziende colgono questo spunto come un’opportunità per cambiare in meglio (magari iniziando con piccoli passi), altre cavalcano semplicemente l’onda facendo greenwashing. Il modello del Fast Fashion non ha futuro e, per fortuna, tutte le previsioni dei trend futuri ci dicono che il mercato dell’usato è destinato a superare quello del Fast Fashion. Spero ovviamente che andremo sempre di più verso un modello circolare, in cui si privilegiano le materie prime seconde (attraverso il riuso, il riciclo e l’upcycling). In questo, molto contribuirà anche la normativa EPR, ossia sull’Extended Producer Responsibility (già applicata ad altri tipi di prodotti come RAEE e pneumatici). Si imporrà, cioè, ai produttori stessi di capi d’abbigliamento la responsabilità finanziaria e/o operativa della gestione del fine vita dei loro prodotti. E questo stimolerà anche l’ecodesign, per favorire la riparabilità, riutilizzabilità e riciclabilità dei capi.

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